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Alla scoperta delle TPO combattute dalla FIFA

(daniele amadasi)  Per aggirare le restrizioni della Fifa, si fanno chiamare TPI (Third Party Investments), pur essendo a tutti gli affetti delle vere e proprie TPO (Third Party Ownerships).
Di chi stiamo parlando? Dei cosiddetti Fondi di Investimento, divenuti famosi anche in Italia dopo i casi Kondogbia, Imbula e Jackson Martinez.
Fondi che altro non sono che organismi in grado di finanziarie le campagne acquisti di diversi club, andando a detenere oltre alle percentuali sui futuri investimenti o cessioni, anche i diritti economici dei calciatori da loro controllati.

Gestito dal Fondo Doyen e quindi dal potoghese Nelio Lucas, (l’intermediario dell’operazione della vendita del 48% delle quote societarie del Milan da Silvio Berlusconi al gruppo asiatico guidato da Bee Taechaubol), Kondogbia era promesso sposo del Milan, ma a seguito di una sgambetto messo in atto da Jorge Mendes, CEO della Gesti Fute, il Fondo di investimento antagonista della Doyen, il centrocampista dal Monaco si è accasato all’Inter per 35 milioni di €uro.
Società neroazzurra avvantaggiata per Geoffrey Kondogbia dalla guerra dei due fondi di investimento rivali, ma allo stesso tempo poi sfavorita perché Giannelli Imbula, sotto tutela Doyen, è stato ceduto dall’Olympique Marsiglia al Porto e non come doveva essere al club neroazzurro.
Discorso pressoché simile ha riguardato anche il caso di Jackson Martinez, con lo scontro fra Nelio Lucas e Jorge Mendes, andato nuovamente a scapito del Milan, considerando che il Porto ha ceduto il suo attaccante a 35 milioni non ai rossoneri, ma all’Atlético Madrid.

Azioni di forza messe in atto come abbiamo visto dalle potenti mani dei due procuratori internazionali, seppure va detto che il fautore di queste operazioni sia stato Nelio Lucas, partendo dalla cessione di Radamel Falcao dal Porto al Monaco ed adesso al Chelsea, nonostante altri club, come la Juventus, avessero già trovato un accordo con il giocatore colombiano.
Operazioni definite a tavolino e con gli interessi derivanti dalle sopravvalutazioni economiche di calciatori venduti sempre a cifre fuori mercato, che unitamente al Fondo Doyen ed alla Gesti Fute, stanno vedendo nell’ultimo periodo anche l’entrata in scena di una terza TPO, la Mondial Sport Management del rumeno Constantin Dumitrascu.

Tornando alle diverse situazioni registrate, c’è da segnalare che in Italia, prima del caso Kondogbia, il Fondo Doyen era intervenuto nel passaggio del brasiliano Felipe Anderson alla Lazio, e che lo stesso fondo di Nelio Lucas si sta anche specializzando nella sola gestione dei diritti di immagine, come nei casi di Neymar (Barcellona) ed Alvaro Morata (Juventus).
In conclusione, oltre a rilevare l’aspetto negativo del coinvolgimento diretto delle TPO nelle trattative e nelle azioni di calciomercato, va segnalato che in aiuto della FIFA, da sempre contraria all’ingresso dei fondi di investimento nel mondo del calcio, potrebbe arrivare la sentenza emessa dal TAS (Tribunale Arbitrale dello Sport) di Losanna a seguito della denuncia da parte dello Sporting Lisbona nell’intromissione del Fondo Doyen nella cessione di Marcos Rojo al Manchester United.

Bologna in tripudio: dopo un anno, è di nuovo serie A

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(adriano ancona) Una stagione sulle montagne russe: il cambio di proprietà, una panchina che salta a maggio inoltrato, eppure c’è un Bologna che festeggia. La promozione è sua, dopo l’appendice dei play-off e un campionato estenuante vissuto tra molte criticità e quella sensazione di squadra magari incompiuta che continuava a portarsi dietro. Anche dopo l’arrivo di Delio Rossi al timone. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Due pareggi in finale e via verso la serie A, con tanti saluti a un Pescara che se la gioca fino all’ultimo.

Se in semifinale il Bologna aveva benedetto la traversa – Castaldo poteva sbattere fuori gli emiliani nella partita con l’Avellino – stavolta è Melchiorri a far tremare un Dall’Ara stracolmo, proprio negli istanti finali. Novanta minuti da cardiopalma, durante i quali la certezza sembra regnare soltanto finché regge l’1-0 di Sansone. Il pari a reti inviolate dell’andata (anche lì un palo di Melchiorri a fermare gli abruzzesi) consente al Bologna di gestire la partita e farsi andare bene il pareggio. Ma il Pescara nel secondo tempo trova il pareggio con Pasquato, e vede crescere le proprie speranze dopo l’espulsione di Mbaye. Mezzora in superiorità numerica, al netto del recupero, per la squadra di Massimo Oddo. Ma non è sufficiente a perfezionare il sorpasso. Così trionfa il Bologna, nuovamente in serie A a un anno dalla retrocessione.

Oddo, alla prima esperienza in panchina, si consola con la conferma per la prossima stagione alla guida del Pescara. Delio Rossi dovrà invece discutere la propria posizione con la dirigenza emiliana. Sempre per le squadre impegnate nei play-off, il Vicenza e Marino si separano dopo l’exploit del tecnico siciliano (arrivato in biancorosso ad ottobre). Marino è in trattativa avanzata per un ritorno al Catania. L’Avellino, chiuso il rapporto con Rastelli, si affida a Tesser che ha appena salvato la Ternana.

Con la promozione ai play-off del Bologna in Serie “A” dopo quelle di Carpi e Frosinone al termine della regular season, si conclude quindi la stagione cadetta 2014-2015, archiviata altresì con le retrocessioni in Lega-Pro di Virtus Entella, CIttadella, Brescia e Varese.

Champions: Barca troppo forte, Juve l’orizzonte è l’Europa

(luca rolandi). Bisogna ragione a freddo e ad un giorno dall’epilogo della finalissima di Champions league, provo a scrivere una analisi serena del match e della stagione in bianco e nero. Dunque la Juventus esce sconfitta, con onore e qualche rimpianto, dalla finalissima con il Barcellona di Luis Enrique, un 3-1 netto che avrebbe potuto essere però evitato. Nessuno avrebbe pronosticato la Juve in finale. Il Barca si e anche vincente. La maturazione della squadra bianconera, agevolata anche dagli accoppiamenti, è comunque un segnale inequivocabile: la Juve per crescere deve diventare europea rivincere delle coppe.

Al netto di sfottò e applausi, che ci stanno tutti naturalmente, la Juventus all’Olimpico ha fatto il possibile. Ha preso una rete a freddo. ha lasciato un tempo ai Blaugrana, ma è riuscita a riorganizzarsi solo nella ripresa, per poi soccombere su contropiede. Qualche uomo non è stato all’altezza: Vidal nervoso, Pirlo affaticato, Tevez sotto tono. Contro la corazzata Barcellona, al grand completo, serviva la partita perfetta e un poco di fortuna, ne l’una ne l’altra si sono materializzate sul leggendario prato dei ragazzi del 2006. Proprio quei ragazzi hanno cercato di dare valore aggiunto all’assalto, inatteso, degli zebrati, benissimo Gigi Buffon, fortissimo e sempre più saggio, a intermittenza Pirlo, credo davvero, dopo una carriera straordinaria all’epilogo. Il possesso palla del Barca è stato spaventoso e il portierone bianconero ha fatto tre miracoli.

Barcellona epocale

I numeri e le statistiche non credo incidano, come le cabale e altre amenità. Ciò che conta è che il Barca è la squadra più forte del mondo, ha vinto 4 champions in dieci anni ed è sempre andata almeno ai quarti. Solo il Bayern è stato all’altezza. Non l’Inter, il Chelsea e lo stesso Real. Insomma i catalani sono una società ai vertici del calcio mondiale che punta a superare di slancio, Bayern permettendo, Milan e Liverpool, alla caccia degli eterni rivali del Real Madrid. Iniesta, Piquè, Xavi erano già la spina dorsale del Barca campione del 2006, poi sono arrivati altri fenomeni Messi, Neymar, Suarez, buon ultimo, folle ma spaventosamente efficace. Insomma Luis Enrique non è un genio o un santone ma ha plasmato una squadra che può ancora vincere per anni. La Juve avrebbe potuto anche portare il match ai supplementari magari vincere, ma va considerato che il suo obiettivo era giungere ai quarti, in considerazione della rosa e del deficit di qualità per aspirare veramente a vincere una coppa così importante. In ogni caso la stagione di Allegri è esattamente identica a quella del primo Lippi, scudetto e coppa, anzi migliore perché il viareggino fu sconfitto dal Parma in Uefa, mentre il livornese si dovuto inchinare nella Coppa più importante ai marziani catalani. Nel 1996 la Juve investì tanto e conquistò l’Europa. Ora la parola passa alla società. Per cercare di andare in fondo e quella dovrà essere la vocazione della Juventus del futuro, bisogna spendere per portare a Torino campioni veri, se si vuole vincere in Europa. L’esempio è il Bayern. Nel 2010 e 2012, in casa perse due finali. Con ostinazione e motivazione e grandi campioni si è andata a prendere il trofeo nel 2013. Così si fa. Il resto sono chiacchiere da bar.

Juve e maledizione Champions

La Juve ha un primato nella Coppa dalle grandi orecchie quello delle finali perse, superando anche il Benfica. Un rosario che parte da Belgrado per giungere a Berlino. C’è sempre qualcosa di storto o di malefico che costringe la Juve ha soccombere. Ma tra le finali perse almeno quella di Berlino è stata giocata. Non fu così a Belgrado, troppo forte l’Ajax, ad Atene dove per superbia la squadra fu superata da un abbordabile Amburgo, così come a Monaco con il Dortmud. Più equlibrate ma sempre con una Juve debole e impaurita le finali perse con Real e Milan.  6 finali sono tante troppe. La Juve deve provare a vincere e preparare la stagione per e sulla Champions o l’Europa League. Vent’anni sono troppi, gli stessi tifosi, potrebbero non accontentarsi più del primato indiscusso nella penisola. Intanto bentornata Vecchia Signora nell’olimpo del calcio. Serve un passo ulteriore. Guai a pensare di aver fatto il massimo. E lo sarebbe stato anche in caso di vittoria. Barca docet.

Heysel 1985-2015, la notte della morte del calcio

(luca rolandi). Trent’anni sono mezza vita, un progetto che si realizza o finisce nell’incedere del tempo. Era una notte di fine primavera. Era il 29 maggio 1985. Non c’erano i telefoni mobili, la rete internet, i dispositivi digitali e il villaggio globale era solo una idea futura. Si comunicava con la carta e il telefono. Stadio Heysel, Bruxelles, sta per andare in scena la finale di Coppa dei Campioni, tra le squadre più forti del momento la Juventus dei campioni del mondo di Spagna 1982 e il Liverpool a fine di un ciclo di straordinarie vittorie. Trapattoni contro Fagan, Platini contro Rush.  I campioni in carica, i reds della città dei Beatles e la Juventus che di quella “maledetta” coppa ha ricordi negativi, due finali perse, con il grande Ajax nel 1973 e con l’Amburgo due anni prima, nella più cocente delusione della storia bianconera.

La Juventus aveva superato il Liverpool nella Supercoppa nel gennaio 1985 in gara unica a Torino, 2-0 con doppietta di Boniek, l’attesa infinita, la gente bianconera ci crede e si muove con ogni mezzo per sostenere la Vecchia Signora.

Qui finisce il racconto sportivo e parte la cronaca nera, di una notte maledetta. L’insipienza e la vergogna, la colpa grave senza attenuanti del Governo Belga, che non seppe neppure per un minuto garantire l’ordine pubblico, la Uefa che organizzò una finale in uno stadio fatiscente e pericolosissimi, gli hooligans inglese, coperti e protetti in patria fino a quella tragica notte, che colpirono e si scagliarono contro tifosi inermi, vittime in una notte da incubo.

Alle 19,30 gli inglesi attaccano, il settore Z che conteneva molti italiani e tifosi tranquilli di altri paesi europei, sono schiacciati dalla furia dei teddy boys inglesi.

Le gradinate erano di terra ed i gradoni composti da pietre/ mattoni che si distaccavano dalla stessa terra con facilità estrema.
La curva era divisa a metà da una rete metallica “tipo pollaio” e da una parte vi eravamo soprattutto italiani, non organizzati in club, l’altra metà era destinata agli inglesi.  Nel settore c’eravamo tutti coloro che avevano acquistato il biglietto con pacchetti delle Agenzie, quindi la maggior parte erano tranquilli turisti, padri di famiglia con mogli, figli e ragazzi al seguito. La curva inoltre “terminava letteralmente con un muro” senza alcuna uscita e/o cancello, non continuando con le tribune che erano distanti e divise da un fossato.

Il panico li spinge verso il muro che delimita la tribuna. In molti scappano, altri soffocano, la polizia non apre i varchi. Alle 20, 15 è tutto finito. 39 corpi di uomini e donne giacciono in un campo diventato obitorio. Ci sono il piccolo bimbo sardo Andrea Casula, la giovane ragazza aretina Giuseppina Conti, che era stata premiata con la finale per i suoi risultati scolastici, il medico Roberto Lorentini, che prima di scomparire, salvò altre persone fino a scomparire. Il caos è totale, il campo è invaso dalla gente, lacrime, sangue, dolore, feriti e morti, tanti morti. L’emergenza è tale che viene chiamato l’esercito, dopo che per una gara del genere erano stati predisposti prima dell’inferno, solo poche centinaia di agenti. Le notizie circolano in fretta. In tribuna stampa è il caos, i feriti (saranno 600 in tutto), vanno a farsi medicare negli spogliatoi. Gli ultras della Juventus scendono sulla pista, vola di tutto.  La tensione è fuori controllo. I giocatori della juve sanno si sono già rivestiti. Gli inglesi restano chiusi negli spogliatoi. La Uefa prende l’unica decisione giusta, fare disputare una partita che sarà vera, ma assolutamente surreale. Vince la Juve, segna Platini, su rigore, concesso per un fallo su Boniek iniziato abbondantemente fuori area.

In trance la squadra festeggia, la curva esulta, molti non hanno notizie certe. Oggi sapremmo tutto in tempo reale. Il volto sconvolto di Edoardo Agnelli, ritratto in una foto storica rende l’idea di una tragedia assurda. Bruno Pizzul commenta una partita senza senso. Il calcio, lo sport sono fuori. Era cronaca nera, guerra.

Tanto si è scritto, detto, girato. Belle pagine, commozione e angoscia. Ma l’Heysel non è un romanzo, è un fatto tragico accaduto e per questo, la rabbia e l’indignazione, si uniscono alla volontà di raccontare le verità nascoste. La Juventus ha fatto poco, solo da qualche anno ha iniziato un rapporto sincero con l’Associazione dei famigliari. Il Liverpool è stato reticente per alcuni anni poi la seconda più grave strage che colpi nel 1989 all’Hillsborough Stadium di Sheffield, prima di un Liverpool-Nottingham Forest, d Coppa d’Inghilterra, con una carneficina, 96 morti.

Per l’Heysel, tra l’indifferenza di troppi, c’è stata una lunghissima vicenda giudiziaria. Imputati il Governo Belga, l’Uefa e gli hoolignas di Liverpool. Un lungo processo. Poche persone l’hanno seguito. Un grande avvocato italo-Belga Vedovato ha speso anni per aiutare i famigliari nella difficilissima battaglia legale. Se oggi in Europa gli Stadi sono più sicuro e le responsabilità definite lo si deve a Otello Lorentini e alla battaglia legale, spesso portata avanti nell’indifferenza di società, federazioni e istituzioni politiche e sportive.

Tra le ricostruzioni più fedeli e nate per dare voce a coloro che hanno dovuto convivere con il dolore per una vita intera, il libro di Francesco Caremani, giornalista aretino, per sua stessa definizione “juventino ma non tifoso”, riconoscendo alla parola “tifoso” un’accezione negativa purtroppo rinsaldata dagli avvenimenti degli ultimi mesi. Il suo libro “Heysel: una strage annunciata”, edito dalla coraggiosa casa editrice Bradipolibri diretta da Luca Turolla, è uno dei più efficaci memoriali su ciò che accadde quella sera.  Caremani va nelle scuole, nelle piazze, collabora in modo stretto e riconoscente con L’Associazione Vittime dell’Heysel, fondata da Otello Lorentini e oggi guidata dal nipote.

La storia di Caremani è legata a doppio filo a quella notte, che non lo vide spettatore diretto solo per un fortuito caso della vita: “Dovevo andare anch’io a Bruxelles insieme a Roberto Lorentini, amico di famiglia, ma presi un brutto voto in latino, e per punizione per il sicuro esame a settembre i miei genitori non mi lasciarono partire”.

Da allora non ha mai smesso di pensare a quella sera e gli sta dedicando una parte essenziale della sua vita, per onorare e ricordare le 39 vittime. Non si può morire per una partita di calcio, ma è successo a Bruxelles il 29 maggio 1985, e ancora oggi accade. Da allora è stato fatto per migliorare la sicurezza negli stadi, siamo ancora lontani dal passaggio culturale che bandisce la violenza dal calcio. Ogni volta che ascoltiamo un coro indecente da stadio pensiamo ai tanti morti innocenti, di quella e altre notti e vergogniamoci.